Le sfide psicologiche del Covid: la fiducia e l’affetto

Sta tornando un’ombra che molti di noi speravano di aver abbandonato lungo il cammino dell’estate; ora nuove leggi iniziano ad entrare con prepotenza nelle nostre abitudini chiedendo cose che sembrano impossibili, ovvero stare in allerta con i propri familiari e con gli amici più stretti.


Questo è il punto cruciale e il nodo che più difficilmente riusciamo a sciogliere, perché alla base dovrebbe esserci l’accettazione del fatto che un parente o un amico fidato siano per noi pericolosi.


Il concetto stesso di fiducia viene messo in dubbio, ed è qualcosa che nessuno di noi vorrebbe mai fare: possibile che io non possa fidarmi di mia madre, di mio fratello, del mio migliore amico?

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“Non ti fidi di me?”

Una domanda semplice, banale, che mette in soggezione di questi periodi e porta a fare errori che possono risultare realmente rischiosi.

Sì, ci fidiamo delle persone che amiamo, ma potrebbero lo stesso essere pericolose: questa ambivalenza proprio non ci va giù.

Non posso fidarmi di te e pensare contemporaneamente che tu possa essere pericoloso per me.

E’ più facile, cognitivamente più economico, rifugiarsi nell’illusione che tu non abbia nulla, così posso continuare a fidarmi e a non vederti come un pericolo.
E così il famoso aumento dei contagi in famiglia.

Semplice stare lontani dal commesso del negozio, rispettare le distanze in una lunga fila; siamo abituati a diffidare dello sconosciuto e se ci viene chiesto di diffidare ad 1 metro di distanza anziché a 50 cm, non lo percepiamo come un grande sacrificio.
Del tutto diversa è la situazione in casa propria.

Resta però il problema del contagio.

Ricapitolando:

mi fido di te, ma sei potenzialmente pericoloso per me: devo tenere a mente entrambe le cose per poter continuare la relazione con te ma per potermi anche proteggere da te.

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Come uscire da questo impasse


La chiave volta è forse banalmente l’accettazione della mancata conoscenza rispetto al nostro stesso stato di salute.

 Il problema non è la presenza o l’assenza di fiducia nei confronti dell’altro, quanto il fatto che siamo tutti “pericoli ipotetici”.

E’ quindi possibile mantenere intatta la fiducia nei nostri cari e pensare che molto semplicemente quello che è in gioco è il semplice riconoscimento di limiti imposti da qualcosa che va oltre la nostra consapevolezza.

E allora alla domanda “non ti fidi di me?” si può dare una risposta più funzionale, meno difficile da accettare:


“Sì, mi fido di te; ma, allo stesso tempo, so di non sapere come sto.”

E’ proprio il fatto che non so se posso farti del male o meno che mi tiene lontano da te e dovrebbe tenere te lontano da me.

Questo è il nuovo tipo di fiducia che dobbiamo riporre negli altri e far sì che loro ripongano in noi:

fidati del fatto che io starò attenta perché ti voglio bene e non voglio correre il rischio di essere pericolosa per te.

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Ma il covid non si ferma qui, non gli basta mettere in dubbio la nostra idea di fiducia, va oltre e si insinua subdolamente nei gesti di tutti i giorni, in ciò che noi facciamo e non facciamo per dimostrare il nostro affetto.


Noi ci abbracciamo e ci baciamo: siamo abituati sin dalla nascita al contatto fisico, a dimostrare simpatia o antipatia dando un bacetto allo zio di turno o girando alla larga quando ne adocchiamo da lontano uno un po’ troppo manesco nella sua dimostrazione di affetto.
Ora non solo dobbiamo combattere con l’idea che le persone di cui ci fidiamo possano essere pericolose, ma dobbiamo accettare anche la distanza: non possiamo toccarci.


Quel bacio che viene negato, quell’abbraccio che resta vuoto e sterile limitandosi ad un segno sul petto, sono il simbolo di questo difficilissimo periodo.

Eppure, mai come ora, la distanza è il metro dell’affetto più sincero.

“Ho una voglia matta di stringerti a me, ma è un mio bisogno egoistico che potrebbe crearti problemi, quindi resto qui, non mi avvicino, e ti dimostro come non mai quanto tu sia importante per me”.

E’ una sfida tra abitudini che viviamo sulla pelle da secoli e una novità fredda, glaciale, che ci costringe ad una affettività scarsa e ristretta al minimo: una forma mentis che dobbiamo assumere per poterci amare e proteggere gli uni con gli altri.
L’unico modo che abbiamo oggi per dimostrare alle persone che amiamo quanto le amiamo veramente.