Le sfide psicologiche del Covid: la fiducia e l’affetto

Sta tornando un’ombra che molti di noi speravano di aver abbandonato lungo il cammino dell’estate; ora nuove leggi iniziano ad entrare con prepotenza nelle nostre abitudini chiedendo cose che sembrano impossibili, ovvero stare in allerta con i propri familiari e con gli amici più stretti.


Questo è il punto cruciale e il nodo che più difficilmente riusciamo a sciogliere, perché alla base dovrebbe esserci l’accettazione del fatto che un parente o un amico fidato siano per noi pericolosi.


Il concetto stesso di fiducia viene messo in dubbio, ed è qualcosa che nessuno di noi vorrebbe mai fare: possibile che io non possa fidarmi di mia madre, di mio fratello, del mio migliore amico?

Photo by Gemma Chua-Tran on Unsplash


“Non ti fidi di me?”

Una domanda semplice, banale, che mette in soggezione di questi periodi e porta a fare errori che possono risultare realmente rischiosi.

Sì, ci fidiamo delle persone che amiamo, ma potrebbero lo stesso essere pericolose: questa ambivalenza proprio non ci va giù.

Non posso fidarmi di te e pensare contemporaneamente che tu possa essere pericoloso per me.

E’ più facile, cognitivamente più economico, rifugiarsi nell’illusione che tu non abbia nulla, così posso continuare a fidarmi e a non vederti come un pericolo.
E così il famoso aumento dei contagi in famiglia.

Semplice stare lontani dal commesso del negozio, rispettare le distanze in una lunga fila; siamo abituati a diffidare dello sconosciuto e se ci viene chiesto di diffidare ad 1 metro di distanza anziché a 50 cm, non lo percepiamo come un grande sacrificio.
Del tutto diversa è la situazione in casa propria.

Resta però il problema del contagio.

Ricapitolando:

mi fido di te, ma sei potenzialmente pericoloso per me: devo tenere a mente entrambe le cose per poter continuare la relazione con te ma per potermi anche proteggere da te.

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Come uscire da questo impasse


La chiave volta è forse banalmente l’accettazione della mancata conoscenza rispetto al nostro stesso stato di salute.

 Il problema non è la presenza o l’assenza di fiducia nei confronti dell’altro, quanto il fatto che siamo tutti “pericoli ipotetici”.

E’ quindi possibile mantenere intatta la fiducia nei nostri cari e pensare che molto semplicemente quello che è in gioco è il semplice riconoscimento di limiti imposti da qualcosa che va oltre la nostra consapevolezza.

E allora alla domanda “non ti fidi di me?” si può dare una risposta più funzionale, meno difficile da accettare:


“Sì, mi fido di te; ma, allo stesso tempo, so di non sapere come sto.”

E’ proprio il fatto che non so se posso farti del male o meno che mi tiene lontano da te e dovrebbe tenere te lontano da me.

Questo è il nuovo tipo di fiducia che dobbiamo riporre negli altri e far sì che loro ripongano in noi:

fidati del fatto che io starò attenta perché ti voglio bene e non voglio correre il rischio di essere pericolosa per te.

Photo by Shoeib Abolhassani on Unsplash

Ma il covid non si ferma qui, non gli basta mettere in dubbio la nostra idea di fiducia, va oltre e si insinua subdolamente nei gesti di tutti i giorni, in ciò che noi facciamo e non facciamo per dimostrare il nostro affetto.


Noi ci abbracciamo e ci baciamo: siamo abituati sin dalla nascita al contatto fisico, a dimostrare simpatia o antipatia dando un bacetto allo zio di turno o girando alla larga quando ne adocchiamo da lontano uno un po’ troppo manesco nella sua dimostrazione di affetto.
Ora non solo dobbiamo combattere con l’idea che le persone di cui ci fidiamo possano essere pericolose, ma dobbiamo accettare anche la distanza: non possiamo toccarci.


Quel bacio che viene negato, quell’abbraccio che resta vuoto e sterile limitandosi ad un segno sul petto, sono il simbolo di questo difficilissimo periodo.

Eppure, mai come ora, la distanza è il metro dell’affetto più sincero.

“Ho una voglia matta di stringerti a me, ma è un mio bisogno egoistico che potrebbe crearti problemi, quindi resto qui, non mi avvicino, e ti dimostro come non mai quanto tu sia importante per me”.

E’ una sfida tra abitudini che viviamo sulla pelle da secoli e una novità fredda, glaciale, che ci costringe ad una affettività scarsa e ristretta al minimo: una forma mentis che dobbiamo assumere per poterci amare e proteggere gli uni con gli altri.
L’unico modo che abbiamo oggi per dimostrare alle persone che amiamo quanto le amiamo veramente.

Ci video-vediamo?

Psicologia e incontri online: una necessità in tempo di emergenza o una nuova possibilità?

Personalmente ero molto contraria alle terapie online, immaginavo si perdesse gran parte della relazione umana, il calore di un incontro vis-à-vis, un luogo sicuro in cui poter parlare sentendosi protetti.

Poi è arrivata la pandemia, il lockdown, e la necessità mi ha costretta a vivere questa nuova esperienza: fare colloqui tramite Skype.

Ero così contrariata inizialmente da aver deciso di non iniziare nuovi colloqui; poi è arrivata l’emergenza, quella persona che ha proprio bisogno, che fare? Non usi ogni strumento a disposizione?

Così ho abbattuto i miei pregiudizi nell’unico modo possibile: l’esperienza.

Ho iniziato con scetticismo e ho scoperto un mondo nuovo.

, perché come dice una mia cara insegnante “il setting è nella nostra mente”; non è quel tavolo, quella sedia, quella poltrona a creare conforto, ma la relazione che si instaura tra psicologo e paziente, tra persone.

Così le persone hanno trovato il loro posto sicuro nella loro casa, hanno creato un luogo confortevole di cui poter usufruire un’ora a settimana per poter lavorare insieme tramite il computer.

Ho sperimentato me stessa e l’altro in un modo nuovo e sorprendentemente efficace; una scoperta per me, perché in realtà molti psicologi usano questa modalità da anni

Photo by Jealous Weekends on Unsplash

Questo breve articolo è, più in generale, per dire che le rigidità e i pregiudizi si abbattono solo con l’esperienza; più in particolare per dire che da oggi lavoro ufficialmente anche su Skype, primo colloqui gratuito…ma questa non è una novità!

Tra Rabbia e Bisogno

A chi non è mai capitato di provare una rabbia esplosiva?

Quella che aumenta sempre di più e impedisce di pensare a qualsiasi altra cosa, quella che continua a riprodurrementalmente il momento del torto subito e a far immaginare mille scenari in cui la risposta perfetta spiazzaimprovvisamente il nemico e fa sentire supereroi!

Eppure, quella risposta pronta non compare quasi mai, viene spesso pensata dopo, a mente fredda, quando la persona non è più davanti a noi.
Così la frustrazione aumenta non più contro chi l’ha procurata, ma anche contro se stessi, perché non si è riusciti a difendersi bene mettendo k.o. il nemico.

Ma a cosa serve la rabbia? Perché nasce e come possiamo fare per gestirla al meglio?

Lo psicologo americano Marshall B. Rosenberg in Le parole sono finestre (oppure muri) ci spiega che:

La rabbia è un campanello di allarme, ci avverte che un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Se si prova a riflettere su un qualsiasi momento in cui è stata provata rabbia, è possibile rendersi conto che alla base di quel malcontento c’era una necessità inespressa, poco comprensibile anche al diretto interessato a volte.

Noi non siamo arrabbiati perché qualcuno ha fatto qualcosa, noi siamo arrabbiati perché un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Proviamo a fare un esempio pratico.
Immaginiamo un uomo che torna stanco da lavoro, butta la giacca in modo disordinato sulla poltrona, si siede sul divano e sospira rumorosamente.
La moglie vede la scena, si arrabbia e inizia a rimproverare il marito perché la giacca deve essere messa sull’appendiabiti, lei ha messo in ordine tutta la casa e non è giusto che lui appena arrivato metta le sue cose fuori posto; il marito, allora, si arrabbia a sua volta, perché è appena tornato da lavoro, pensa che non sia fondamentale che la giacca venga messa subito sull’appendiabiti e che non sia giusto che la moglie lo rimproveri così.

Proviamo a riflettere sui bisogni dei due personaggi dell’esempio: il marito è stanco, ha bisogno di riposo, dopo una giornata di lavoro è finalmente tornato a casa e può concedersi un attimo di respiro; la moglie anche è stanca, ha lavorato anche lei e ha messo in ordine la loro casa.
Nessuno dei due riflette sulle necessità dell’altro, né tantomeno sulle proprie: la rabbia prende il sopravvento e la lite è alle porte.

Rosemberg suggerisce allora 4 passi per comunicare in modo non violento, entrare in contatto con se stessi e con l’altroaumentando così le possibilità di comprendersi:

1- osservazioni
2- sentimenti
3- bisogni
4- richieste

Seguendo questo schema, quando la moglie vede il marito sedersi sul divano potrebbe dire:
– Mario, quando torni da lavoro e metti in disordine la tua roba (osservazioni), mi sento triste (sentimenti), perché vorrei che tu prestassi più attenzione alla nostra casa (bisogni). Potresti mettere la giacca sull’appendiabiti? (richieste)

Il marito, di rimando, potrebbe dire:
– Giulia, quando torno a casa dopo una giornata di lavoro e tu mi rimproveri per aver messo la giacca fuori posto (osservazioni), mi sento ancor più stanco e frustrato (sentimenti), ho bisogno che tu capisca che quando arrivo vorrei finalmente sentirmi libero (bisogni), potresti concedermi qualche istante e pazientare se non metto subito in ordine le mie cose? (richieste)

Cosa è successo di diverso
Il fulcro della discussione è cambiato: non si discute più per la giacca ma ci si confronta sui propri bisogni.

E cosa cambia confrontandosi sui bisogni?
Aumenta l’empatia

Chiunque leggendo la prima conversazione può essersi immedesimato in uno dei due personaggi e può aver pensato che uno avesse più ragione rispetto all’altro, ma dopo aver esplicitato i bisogni di ciascuno dei due, è ancora così facileprendere le parti e decretare chi ha ragione e chi no?
Entrambi hanno ragione. 
Entrambi sono mossi da bisogni personali ed entrare in contatto con quei bisogni permette di comprendersi a vicenda.

L’esempio che è stato fatto è abbastanza comune, ma Rosenberg sostiene che questo metodo può essere utile ed efficace in qualsiasi caso!

Certo, c’è da ammettere che non è affatto facile in un momento di rabbia riuscire a ragionare sui propri bisogni e comunicarli in modo chiaro e calmo all’altro, ma se riuscire in questo ci aiutasse a raggiungere i nostri bisogni più facilmente non sarebbe utile almeno tentare?

Entrare in connessione con l’altro, capire i suoi bisogni, forse non aiuterà ad amare il proprio peggior nemico, ma può renderlo più umano ai nostri occhi…forse!

Non ci resta che provare!
Io ho già iniziato, e voi?

Emozioni e riflessioni…in quarantena

Mi annoio.
A volte sono molto arrabbiata.
L’ansia mi sorprende all’improvviso.

Sono una psicologa ma, bando ai luoghi comuni, provo ciò che proviamo tutti.
L’unica differenza tra uno psicologo e un “non addetto ai lavori” è che ha qualche informazione in più per poter gestire diversamente questi momenti difficili; è come se avessimo una cassetta degli attrezzi e, di volta in volta, proviamo ad utilizzare le giuste tecniche per poter portare pace dove le emozioni, di tanto in tanto (e sempre per un motivo) portano un po’ di scompiglio per attirare la nostra attenzione.  

Allora condivido con voi alcune riflessioni che non hanno la presunzione di risolvere problemi specifici partendo da considerazioni generali, ma possono aiutare a cambiare prospettiva e, a volte, cambiando prospettiva si possono notare vie d’uscita che prima proprio non riuscivamo a vedere!

Rabbia, discussioni, ansia, noia…è tutto così impossibile da sopportare? C’è una prospettiva diversa che può rassicurarci e permetterci di affrontarli in modo più funzionale?
Riflettiamoci insieme!

  1. Rabbia
    Siamo tutti un po’ tesi, le risposte antipatiche sono più immediate, la rabbia può prendere il sopravvento e diventa più difficile trovare la calma, diventa difficile gestirla, magari le modalità in cui eravamo soliti sfogare le nostre frustrazioni ora non sono accessibili (pensiamo a chi andava in palestra o aveva bisogno di un caffè con l’amica fidata), quindi ora siamo costretti a reinventarci e non è affatto semplice.
    Rabbia sotto una nuova prospettiva: cosa si cela dietro questa emozione?
    La rabbia è il frutto di un bisogno insoddisfatto, tante volte prende così tanto il sopravvento che fatichiamo a vederlo e tutto è più complicato e difficile, ma se noi provassimo a concentrarci durante un momento di rabbia, potremmo individuare il bisogno che non stiamo riuscendo a soddisfare.
    Direte: tutto qui? 
    In realtà è un passo importante!
    Prima di tutto vi aiuta ad evitare di sfogare la rabbia contro situazioni o persone che in realtà sono solo la punta dell’iceberg, secondo vi permette di entrare in contatto con i vostri bisogni e di cercare, se possibile, sostituzioni momentanee in un periodo in cui, purtroppo, non è possibile raggiungere tutti gli obiettivi che vorremmo, terzo, in alcuni casi è possibile rendersi conto che un bisogno insoddisfatto non è sempre condannato a restare tale, ma potrebbe essere anche solo rimandato!

2. Noia

La noia sa essere veramente terribile, il poeta decadentista Baudelaire la descriveva poeticamente come “grigio frutto dell’incuriosità”, un modo veramente efficace, a mio parere, perché permette di vedere quella componente di apatia che ci prende e ci trascina in un momento che, battendo le leggi del tempo, si allunga immensamente facendo trascorrere una singola ora in circa 60 lunghissimi ed infiniti minuti.
Cambiamo prospettiva: e se la noia fosse invece una pausa di inattività in cui motivarci all’azione? Viviamola come un momento di passaggio, sfruttiamola per investigare la nostra creatività! Usiamo i momenti di noia per stufarci così tanto di stare senza far niente da trovare la giusta motivazione per attivarci il doppio dopo, immaginando nuovi modi per passare il tempo e così, il “grigio frutto dell’incuriosità” potrà trasformarsi in una riscoperta di noi stessi, dei nostri hobby, dei modi in cui possiamo sperimentarci.
Io ho iniziato a disegnare in questi giorni, in modo assolutamente pessimo e privo di qualsiasi talento, ma mi sono riscoperta a sperimentare un’attività che non provavo, probabilmente, dalle scuole medie… e mi sono persino divertita

3. Discussioni

Avete mai visto la serie How I met your mother? Lily e Marshall, marito e moglie, sono soliti durante le loro discussioni ricorrere al momento della “pausa”, un’isola felice in cui non si discute. Nella vita reale sarebbe difficile gestire una pausa con la stessa disinvoltura dei due personaggi della serie, le emozioni non possono essere accese e spente a comando, ma siamo comunque abituati ad avere delle piccole pause create da necessità impellenti: lavoro, scuola, studio, appuntamenti vari, corsi, allenamenti…
Una discussione può durare anche più giorni, ma nel mezzo c’è la Vita, che interviene permettendo alla nostra mente di svagarsi, di avere altri spunti di riflessione, di uscire con un’amica per sfogarsi, ma anche semplicemente per andare in palestra e non parlare di nulla. 
Adesso siamo chiusi in casa, la spesa si può fare una volta a settimana e comporta comunque una certa dose di pazienza per la fila, le mascherine che non fanno respirare, i guanti di plastica che si rompono di continuo (restano impigliati sono a me nella zip della borsa?!)…insomma, uscire non ci porta distrazioni utili o divertenti!
Il risultato è che le discussioni possono diventare più pesanti, la tensione in casa si percepisce sempre di più e fare pace diventa più complicato.
Discutiamo in modo sano: contestualizziamo la lite e impariamo non scagliarci contro la persona con cui stiamo discutendo dandogli delle etichette, ad esempio, se vi arrabbiate con Mario perché Mario è stato maleducato, è utile riflettere sul fatto che Mario non è una persona maleducata, ma si è comportato in modo maleducato in quel momento.
Accettazione e comprensione possono essere parole chiave in questa fase potenzialmente delicata per i rapporti interpersonali: come è importante accettare la propria rabbia, è importante riconoscere e accettare anche all’altro il diritto di provare rabbia; come possiamo contattare i nostri bisogni insoddisfatti alla base della nostra rabbia, è importante sforzarsi di comprendere anche i bisogni insoddisfatti dell’altro
E se invece di urlarci l’uno contro l’altro provassimo a parlare dei nostri bisogni?
Ma questo è un argomento molto vasto ed interessante che approfondiremo in un altro articolo

4. Ansia

Già in passato mi è capitato di esaltare le note positive legate all’ansia, soprattutto in questo periodo è un meccanismo che ci spinge a mettere in atto accortezze finalizzate all’evitamento del contagio, quindi di base si può dire che gioca a nostro favore.
A volte, però, lei prende e diventa iperattiva, quindi dal semplice campanello di allarme che ci ricorda di lavare le mani in modo minuzioso dopo aver fatto la spesa, inizia lavorare incessantemente inserendo nella nostra mente pensieri orribili di persone a noi care contagiate, impossibilità di rivedere amici e parenti, terrore di stare male.
Ora, cara Ansia, ok che ci vuoi aiutare, ma forse potresti evitare gli straordinari.
Se siamo attanagliati da pensieri orrendi, come possiamo fare per liberarci?
Cambiamo prospettiva: non pensiamo più, agiamo.
L’unica cosa che batte il pensiero è l’azione.
Provate ad impedirvi di pensare a qualcosa, ad esempio, provate ad impedirvi di pensare ad un gatto: prima di tutto dovreste selezionare con la vostra attenzione l’oggetto a cui non pensare (il gatto), e poi dovreste “pensare di non pensarci”… un po’ complicato non vi pare?! 
Quando vi assalgono pensieri spaventosi, agite
Fate qualcosa di pratico (ginnastica, cucina, disegno, scrittura, suonare…) vi aiuterà a spegnere il pensiero e attivare altre vie della vostra mente che avranno come obiettivo quello di ricordarvi come procedere per realizzare l’attività scelta. A questo proposito, preferite attività poco meccaniche, perché quelle eccessivamente abituali agiscono attraverso la memoria procedurale e la vostra mente sarebbe comunque libera di vagare per pensieri tristi.

Questi sono piccoli spunti, nulla di particolarmente illuminante, ma potrebbero aiutare a pensare (o a non pensare!) in maniera diversa e ad accorgerci che, forse, se cambiamo modo di rispondere alle nostre emozioni, allora anche le emozioni potrebbero cambiare il modo di comunicare con noi!