Tra Rabbia e Bisogno

A chi non è mai capitato di provare una rabbia esplosiva?

Quella che aumenta sempre di più e impedisce di pensare a qualsiasi altra cosa, quella che continua a riprodurrementalmente il momento del torto subito e a far immaginare mille scenari in cui la risposta perfetta spiazzaimprovvisamente il nemico e fa sentire supereroi!

Eppure, quella risposta pronta non compare quasi mai, viene spesso pensata dopo, a mente fredda, quando la persona non è più davanti a noi.
Così la frustrazione aumenta non più contro chi l’ha procurata, ma anche contro se stessi, perché non si è riusciti a difendersi bene mettendo k.o. il nemico.

Ma a cosa serve la rabbia? Perché nasce e come possiamo fare per gestirla al meglio?

Lo psicologo americano Marshall B. Rosenberg in Le parole sono finestre (oppure muri) ci spiega che:

La rabbia è un campanello di allarme, ci avverte che un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Se si prova a riflettere su un qualsiasi momento in cui è stata provata rabbia, è possibile rendersi conto che alla base di quel malcontento c’era una necessità inespressa, poco comprensibile anche al diretto interessato a volte.

Noi non siamo arrabbiati perché qualcuno ha fatto qualcosa, noi siamo arrabbiati perché un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Proviamo a fare un esempio pratico.
Immaginiamo un uomo che torna stanco da lavoro, butta la giacca in modo disordinato sulla poltrona, si siede sul divano e sospira rumorosamente.
La moglie vede la scena, si arrabbia e inizia a rimproverare il marito perché la giacca deve essere messa sull’appendiabiti, lei ha messo in ordine tutta la casa e non è giusto che lui appena arrivato metta le sue cose fuori posto; il marito, allora, si arrabbia a sua volta, perché è appena tornato da lavoro, pensa che non sia fondamentale che la giacca venga messa subito sull’appendiabiti e che non sia giusto che la moglie lo rimproveri così.

Proviamo a riflettere sui bisogni dei due personaggi dell’esempio: il marito è stanco, ha bisogno di riposo, dopo una giornata di lavoro è finalmente tornato a casa e può concedersi un attimo di respiro; la moglie anche è stanca, ha lavorato anche lei e ha messo in ordine la loro casa.
Nessuno dei due riflette sulle necessità dell’altro, né tantomeno sulle proprie: la rabbia prende il sopravvento e la lite è alle porte.

Rosemberg suggerisce allora 4 passi per comunicare in modo non violento, entrare in contatto con se stessi e con l’altroaumentando così le possibilità di comprendersi:

1- osservazioni
2- sentimenti
3- bisogni
4- richieste

Seguendo questo schema, quando la moglie vede il marito sedersi sul divano potrebbe dire:
– Mario, quando torni da lavoro e metti in disordine la tua roba (osservazioni), mi sento triste (sentimenti), perché vorrei che tu prestassi più attenzione alla nostra casa (bisogni). Potresti mettere la giacca sull’appendiabiti? (richieste)

Il marito, di rimando, potrebbe dire:
– Giulia, quando torno a casa dopo una giornata di lavoro e tu mi rimproveri per aver messo la giacca fuori posto (osservazioni), mi sento ancor più stanco e frustrato (sentimenti), ho bisogno che tu capisca che quando arrivo vorrei finalmente sentirmi libero (bisogni), potresti concedermi qualche istante e pazientare se non metto subito in ordine le mie cose? (richieste)

Cosa è successo di diverso
Il fulcro della discussione è cambiato: non si discute più per la giacca ma ci si confronta sui propri bisogni.

E cosa cambia confrontandosi sui bisogni?
Aumenta l’empatia

Chiunque leggendo la prima conversazione può essersi immedesimato in uno dei due personaggi e può aver pensato che uno avesse più ragione rispetto all’altro, ma dopo aver esplicitato i bisogni di ciascuno dei due, è ancora così facileprendere le parti e decretare chi ha ragione e chi no?
Entrambi hanno ragione. 
Entrambi sono mossi da bisogni personali ed entrare in contatto con quei bisogni permette di comprendersi a vicenda.

L’esempio che è stato fatto è abbastanza comune, ma Rosenberg sostiene che questo metodo può essere utile ed efficace in qualsiasi caso!

Certo, c’è da ammettere che non è affatto facile in un momento di rabbia riuscire a ragionare sui propri bisogni e comunicarli in modo chiaro e calmo all’altro, ma se riuscire in questo ci aiutasse a raggiungere i nostri bisogni più facilmente non sarebbe utile almeno tentare?

Entrare in connessione con l’altro, capire i suoi bisogni, forse non aiuterà ad amare il proprio peggior nemico, ma può renderlo più umano ai nostri occhi…forse!

Non ci resta che provare!
Io ho già iniziato, e voi?

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