Quando l’intelligenza è emotiva

“Ho fatto un patto, sai
con le mie emozioni,
le lascio vivere e loro non mi fanno fuori”

Manifesto futurista della nuova umanità, Vasco Rossi

Caro buon Vasco, suvvia, le emozioni non vogliono farti fuori, loro ti vogliono bene!

La scorsa volta ho parlato delle emozioni (se non hai letto il post, clicca qui), oggi vediamo come usarle.

Alcuni orientamenti psicologici pensavano che fossero distrattori della razionalità, Sheldon Cooper sarebbe d’accordissimo con questa vecchia tendenza (se non hai mai visto The Big Bang Theory corri a recuperare!).

Insomma, si pensava che la razionalità ci rendesse capaci di tante cose, ma l’emozione rovinasse tutto.

Poi un giorno, ci si è interrogati su cosa realmente facessero e a quel punto si è capito che forse potevano essere utili nella vita!

Nasce così l’intelligenza emotiva, ovvero un costrutto secondo il quale riconoscere e gestire le emozioni fa campare cent’anni.

Difatti, se è vero che il loro è uno scopo nobile (la nostra sopravvivenza), c’è da dire che quando sono disregolate possono creare veri e propri danni (no, non parlo della macchina che ti ha rigato l’ex in preda alla gelosia, mi riferisco più a gastriti, colon irritabile e qualsiasi altra patologia legata anche allo stress malgestito).

In tal senso quello che possiamo fare è lavorare sulla nostra intelligenza emotiva, sviluppandola o potenziandola.
Noi psicologici facciamo una cosa interessantissima che si chiama alfabetizzazione emotiva, ovvero lavoriamo sul riconoscimento di ogni emozione considerando tre aspetti fondamentali:

percezionecomprensionegestione.

Photo by Alysha Rosly on Unsplash

Percezione.
La parte corporea delle emozione, che può essere simile in alcune: posso avere il cuore a mille sia per la gioia che per la paura, posso avere un blocco allo stomaco sia per la paura e per la tristezza
C’è anche da dire che può essere soggettiva: c’è chi con l’ansia ha mal di stomaco, chi mal di pancia, chi ha mal di testa.

Comprensione.
Si passa dal corpo alla mente.
Ho mal di stomaco: appurato che non è legato alla peperonata di ieri sera, cosa sta succedendo in questo preciso momento nella mia vita? Che pensieri ho fatto o sto facendo in questa giornata che potrebbero aver scatenato il mal di stomaco?
Sono arrabbiato/agitato/spaventato per quale motivo?

Gestione.
Ogni emozione può essere gestita in modo diverso e c’è da dire anche che più persone possono usare differenti tecniche per gestire la stessa: c’è chi si trova bene con le tecniche di rilassamento, chi usa risorse più fisiche ad esempio la ginnastica, c’è chi ha bisogno di contattare un amico e parlare del problema o di altro, c’è chi scrive, ecc. ecc.

Il punto è che ci sono sempre risorse che si possono usare: bisogna sperimentare e trovare le proprie.

Insomma, se non vuoi che queste benedette emozioni rendano la tua vita un incubo, puoi decidere di imparare a ri-conoscerle e maneggiarle con cura, e non lasciarle semplicemente “vivere” (alla Vasco, per intenderci).

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Quando le emozioni ci parlano

Tutto in te è smisurato,
e una sola emozione nel tuo cuore
fa il chiasso di mille bambini.

Fabrizio Caramagna

No, contrariamente a quanto si possa pensare, le emozioni non servono per scrivere canzoni e poesie (anche se la trovo una modalità meravigliosa di servirsene): il loro scopo è la tua sopravvivenza.

Il disgusto, ad esempio, nasce con lo scopo di tenerti lontano dai cibi pericolosi (pensa all’affettato andato a male che hai dimenticato in frigo…e ringrazia Disgusto se solo a guardarlo ti viene il volta stomaco); la rabbia ti permette di farti valere, difenderti e di affermare i tuoi bisogni per permetterti di essere appagato; la paura ti tiene al sicuro da possibili pericoli.

Le emozioni sono un campanello di allarme che ti permette di analizzare la realtà intorno a te; c’è però da dire che non sono del tutto oggettive.

Se parlo di cibo avariato sei sicuramente d’accordo sul fatto che non lo vorresti a contatto con le tue papille gustative, ma se parlassi di broccoli, le nostre emozioni potrebbero essere diverse perché in parte sono mediate dai pensieri e dalle esperienze di ciascuno di noi (a proposito, ho scritto un post su instagram sulla psicologia dai broccoli, lo trovi qui).

Questo è ancora più evidente se pensiamo alla paura: se sentiamo una scossa di terremoto, ad esempio, tutti abbiamo paura (quantomeno siamo in allerta), ma questo non vale davanti ad un cane, eppure c’è chi lo teme.

Photo by Tengyart on Unsplash

Per raggiungere la sopravvivenza, le emozioni si impegnano anche a regolare le relazioni con gli altri: le espressioni facciali legate ad un’emozione ci aiutano a comunicarla alle persone vicino a noi, ad esempio, il viso spaventato è utile per avvertire gli altri di un pericolo che abbiamo individuato.

Ora, cosa fondamentale che tutti dovrebbero/vorrebbero sapere: le emozioni si possono gestire.
Da qui nasce l’intelligenza emotiva (ma di questo parleremo la prossima volta!).

Insomma: non devi lasciar vivere le emozioni in modo anarchico, ma fermarti a comprendere perché provi quella specifica emozione, qual è il pensiero ad essa legato, quale il messaggio che ti invia, quale l’obiettivo che vuole raggiungere.

Ultima informazione (non meno importante delle altre però): le emozioni sono strettamente legate ai pensieri.
“Strettamente” è un eufemismo, diciamo pure che emozioni e pensieri vanno a braccetto, sono migliori amici, di quelli che si influenzano su ogni cosa.
Hai presente le coppie con profilo social in comune? Ecco, Miss Emozione e Mr Pensiero ne aprirebbero uno tutto loro con annessi cuoricini sulla foto profilo!

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Tra rigidità e flessibilità

“La follia non è essere a pezzi o custodire un oscuro segreto.La follia siamo voi o io, amplificati.”

Questa breve perla è tratta dal film “Le ragazze interrotte” diretto nel 1999 da James Mangold e tratto liberamente dal romanzo “La ragazza interrotta” in cui Susanna Kaysen racconta la sua personale esperienza in una clinica psichiatrica negli anni sessanta.

Nel film Lisa (Angelina Jolie) sostiene che l’unico modo per uscire dalla clinica sia confessare segreti, molti segreti: solo così gli psicoterapeuti si convincerebbero dell’avvenuta guarigione.

La protagonista Susanne (Winona Ryder), esprime però qualche perplessità rispetto a questa convinzione:

ma se io non avessi un segreto?

Alla fine, Susanne giunge ad una conclusione diversa rispetto a quella della sua amica Lisa:

La follia siamo io o voi, amplificati.

Questo è il modo più interessante e utile di guardare a qualsiasi tipo di difficoltà psicologica; può sembrare semplicistico, ma aiuta enormemente a mettersi nei panni dell’altro e a cercare di capirlo.

Proviamo a fare qualche esempio:

a chi non è mai capitato di essere preoccupato per un colloquio di lavoro, un esame o un’interrogazione? Chi non si è mai svegliato provando una sensazione di tristezza e stanchezza, il desiderio di restare a letto e non fare nulla perché nulla sembra attraente o stimolante?

Ecco, già attraverso questi due esempi possiamo entrare in contatto con due diverse problematiche. Immaginando queste sensazioni amplificate avrete idea di come può sentirsi chi soffre di ansia e chi di depressione.

Può sembrare più semplice riuscire a mettersi nei panni di chi soffre di ansia e depressione tenendo conto che sono considerate il male del secolo, ma in realtà non è molto complicato fare lo stesso esperimento con problematiche più complesse!

E allora, se sembra così comune qualsiasi tipo di pensiero (dal più semplice al più complesso) come mai per alcune persone diventa invalidante e per altre no?

Perché per alcune persone quella modalità di pensiero diventa rigida.
Le persone che hanno difficoltà relazionali o emotive sono molto spesso caratterizzate da un pensiero più rigido che tende a riproporre sempre le stesse dinamiche, come in un circolo vizioso; chi invece ha un pensiero più flessibile riesce a proporre diverse modalità di azione non cronicizzandosi su dinamiche disfunzionali.

Le difficoltà psicologiche e relazionali, dunque, sono comprensibili alla luce di due elementi fondamentali: amplificazione e rigidità.


Uno degli obiettivi più importanti dell’intervento psicologico è aumentare la flessibilità cognitiva.

Permettendo alla persona di individuare più strade, più pensieri funzionali, quello disfunzionale può perdere la sua supremazia e permettere la sperimentazione di nuove vie!

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Le sfide psicologiche del Covid: la fiducia e l’affetto

Sta tornando un’ombra che molti di noi speravano di aver abbandonato lungo il cammino dell’estate; ora nuove leggi iniziano ad entrare con prepotenza nelle nostre abitudini chiedendo cose che sembrano impossibili, ovvero stare in allerta con i propri familiari e con gli amici più stretti.


Questo è il punto cruciale e il nodo che più difficilmente riusciamo a sciogliere, perché alla base dovrebbe esserci l’accettazione del fatto che un parente o un amico fidato siano per noi pericolosi.


Il concetto stesso di fiducia viene messo in dubbio, ed è qualcosa che nessuno di noi vorrebbe mai fare: possibile che io non possa fidarmi di mia madre, di mio fratello, del mio migliore amico?

Photo by Gemma Chua-Tran on Unsplash


“Non ti fidi di me?”

Una domanda semplice, banale, che mette in soggezione di questi periodi e porta a fare errori che possono risultare realmente rischiosi.

Sì, ci fidiamo delle persone che amiamo, ma potrebbero lo stesso essere pericolose: questa ambivalenza proprio non ci va giù.

Non posso fidarmi di te e pensare contemporaneamente che tu possa essere pericoloso per me.

E’ più facile, cognitivamente più economico, rifugiarsi nell’illusione che tu non abbia nulla, così posso continuare a fidarmi e a non vederti come un pericolo.
E così il famoso aumento dei contagi in famiglia.

Semplice stare lontani dal commesso del negozio, rispettare le distanze in una lunga fila; siamo abituati a diffidare dello sconosciuto e se ci viene chiesto di diffidare ad 1 metro di distanza anziché a 50 cm, non lo percepiamo come un grande sacrificio.
Del tutto diversa è la situazione in casa propria.

Resta però il problema del contagio.

Ricapitolando:

mi fido di te, ma sei potenzialmente pericoloso per me: devo tenere a mente entrambe le cose per poter continuare la relazione con te ma per potermi anche proteggere da te.

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Come uscire da questo impasse


La chiave volta è forse banalmente l’accettazione della mancata conoscenza rispetto al nostro stesso stato di salute.

 Il problema non è la presenza o l’assenza di fiducia nei confronti dell’altro, quanto il fatto che siamo tutti “pericoli ipotetici”.

E’ quindi possibile mantenere intatta la fiducia nei nostri cari e pensare che molto semplicemente quello che è in gioco è il semplice riconoscimento di limiti imposti da qualcosa che va oltre la nostra consapevolezza.

E allora alla domanda “non ti fidi di me?” si può dare una risposta più funzionale, meno difficile da accettare:


“Sì, mi fido di te; ma, allo stesso tempo, so di non sapere come sto.”

E’ proprio il fatto che non so se posso farti del male o meno che mi tiene lontano da te e dovrebbe tenere te lontano da me.

Questo è il nuovo tipo di fiducia che dobbiamo riporre negli altri e far sì che loro ripongano in noi:

fidati del fatto che io starò attenta perché ti voglio bene e non voglio correre il rischio di essere pericolosa per te.

Photo by Shoeib Abolhassani on Unsplash

Ma il covid non si ferma qui, non gli basta mettere in dubbio la nostra idea di fiducia, va oltre e si insinua subdolamente nei gesti di tutti i giorni, in ciò che noi facciamo e non facciamo per dimostrare il nostro affetto.


Noi ci abbracciamo e ci baciamo: siamo abituati sin dalla nascita al contatto fisico, a dimostrare simpatia o antipatia dando un bacetto allo zio di turno o girando alla larga quando ne adocchiamo da lontano uno un po’ troppo manesco nella sua dimostrazione di affetto.
Ora non solo dobbiamo combattere con l’idea che le persone di cui ci fidiamo possano essere pericolose, ma dobbiamo accettare anche la distanza: non possiamo toccarci.


Quel bacio che viene negato, quell’abbraccio che resta vuoto e sterile limitandosi ad un segno sul petto, sono il simbolo di questo difficilissimo periodo.

Eppure, mai come ora, la distanza è il metro dell’affetto più sincero.

“Ho una voglia matta di stringerti a me, ma è un mio bisogno egoistico che potrebbe crearti problemi, quindi resto qui, non mi avvicino, e ti dimostro come non mai quanto tu sia importante per me”.

E’ una sfida tra abitudini che viviamo sulla pelle da secoli e una novità fredda, glaciale, che ci costringe ad una affettività scarsa e ristretta al minimo: una forma mentis che dobbiamo assumere per poterci amare e proteggere gli uni con gli altri.
L’unico modo che abbiamo oggi per dimostrare alle persone che amiamo quanto le amiamo veramente.

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Ci video-vediamo?

Psicologia e incontri online: una necessità in tempo di emergenza o una nuova possibilità?

Personalmente ero molto contraria alle terapie online, immaginavo si perdesse gran parte della relazione umana, il calore di un incontro vis-à-vis, un luogo sicuro in cui poter parlare sentendosi protetti.

Poi è arrivata la pandemia, il lockdown, e la necessità mi ha costretta a vivere questa nuova esperienza: fare colloqui tramite Skype.

Ero così contrariata inizialmente da aver deciso di non iniziare nuovi colloqui; poi è arrivata l’emergenza, quella persona che ha proprio bisogno, che fare? Non usi ogni strumento a disposizione?

Così ho abbattuto i miei pregiudizi nell’unico modo possibile: l’esperienza.

Ho iniziato con scetticismo e ho scoperto un mondo nuovo.

, perché come dice una mia cara insegnante “il setting è nella nostra mente”; non è quel tavolo, quella sedia, quella poltrona a creare conforto, ma la relazione che si instaura tra psicologo e paziente, tra persone.

Così le persone hanno trovato il loro posto sicuro nella loro casa, hanno creato un luogo confortevole di cui poter usufruire un’ora a settimana per poter lavorare insieme tramite il computer.

Ho sperimentato me stessa e l’altro in un modo nuovo e sorprendentemente efficace; una scoperta per me, perché in realtà molti psicologi usano questa modalità da anni

Photo by Jealous Weekends on Unsplash

Questo breve articolo è, più in generale, per dire che le rigidità e i pregiudizi si abbattono solo con l’esperienza; più in particolare per dire che da oggi lavoro ufficialmente anche su Skype!

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Tra Rabbia e Bisogno

A chi non è mai capitato di provare una rabbia esplosiva?

Quella che aumenta sempre di più e impedisce di pensare a qualsiasi altra cosa, quella che continua a riprodurrementalmente il momento del torto subito e a far immaginare mille scenari in cui la risposta perfetta spiazzaimprovvisamente il nemico e fa sentire supereroi!

Eppure, quella risposta pronta non compare quasi mai, viene spesso pensata dopo, a mente fredda, quando la persona non è più davanti a noi.
Così la frustrazione aumenta non più contro chi l’ha procurata, ma anche contro se stessi, perché non si è riusciti a difendersi bene mettendo k.o. il nemico.

Ma a cosa serve la rabbia? Perché nasce e come possiamo fare per gestirla al meglio?

Lo psicologo americano Marshall B. Rosenberg in Le parole sono finestre (oppure muri) ci spiega che:

La rabbia è un campanello di allarme, ci avverte che un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Se si prova a riflettere su un qualsiasi momento in cui è stata provata rabbia, è possibile rendersi conto che alla base di quel malcontento c’era una necessità inespressa, poco comprensibile anche al diretto interessato a volte.

Noi non siamo arrabbiati perché qualcuno ha fatto qualcosa, noi siamo arrabbiati perché un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Proviamo a fare un esempio pratico.
Immaginiamo un uomo che torna stanco da lavoro, butta la giacca in modo disordinato sulla poltrona, si siede sul divano e sospira rumorosamente.
La moglie vede la scena, si arrabbia e inizia a rimproverare il marito perché la giacca deve essere messa sull’appendiabiti, lei ha messo in ordine tutta la casa e non è giusto che lui appena arrivato metta le sue cose fuori posto; il marito, allora, si arrabbia a sua volta, perché è appena tornato da lavoro, pensa che non sia fondamentale che la giacca venga messa subito sull’appendiabiti e che non sia giusto che la moglie lo rimproveri così.

Proviamo a riflettere sui bisogni dei due personaggi dell’esempio: il marito è stanco, ha bisogno di riposo, dopo una giornata di lavoro è finalmente tornato a casa e può concedersi un attimo di respiro; la moglie anche è stanca, ha lavorato anche lei e ha messo in ordine la loro casa.
Nessuno dei due riflette sulle necessità dell’altro, né tantomeno sulle proprie: la rabbia prende il sopravvento e la lite è alle porte.

Rosemberg suggerisce allora 4 passi per comunicare in modo non violento, entrare in contatto con se stessi e con l’altroaumentando così le possibilità di comprendersi:

1- osservazioni
2- sentimenti
3- bisogni
4- richieste

Seguendo questo schema, quando la moglie vede il marito sedersi sul divano potrebbe dire:
– Mario, quando torni da lavoro e metti in disordine la tua roba (osservazioni), mi sento triste (sentimenti), perché vorrei che tu prestassi più attenzione alla nostra casa (bisogni). Potresti mettere la giacca sull’appendiabiti? (richieste)

Il marito, di rimando, potrebbe dire:
– Giulia, quando torno a casa dopo una giornata di lavoro e tu mi rimproveri per aver messo la giacca fuori posto (osservazioni), mi sento ancor più stanco e frustrato (sentimenti), ho bisogno che tu capisca che quando arrivo vorrei finalmente sentirmi libero (bisogni), potresti concedermi qualche istante e pazientare se non metto subito in ordine le mie cose? (richieste)

Cosa è successo di diverso
Il fulcro della discussione è cambiato: non si discute più per la giacca ma ci si confronta sui propri bisogni.

E cosa cambia confrontandosi sui bisogni?
Aumenta l’empatia

Chiunque leggendo la prima conversazione può essersi immedesimato in uno dei due personaggi e può aver pensato che uno avesse più ragione rispetto all’altro, ma dopo aver esplicitato i bisogni di ciascuno dei due, è ancora così facileprendere le parti e decretare chi ha ragione e chi no?
Entrambi hanno ragione. 
Entrambi sono mossi da bisogni personali ed entrare in contatto con quei bisogni permette di comprendersi a vicenda.

L’esempio che è stato fatto è abbastanza comune, ma Rosenberg sostiene che questo metodo può essere utile ed efficace in qualsiasi caso!

Certo, c’è da ammettere che non è affatto facile in un momento di rabbia riuscire a ragionare sui propri bisogni e comunicarli in modo chiaro e calmo all’altro, ma se riuscire in questo ci aiutasse a raggiungere i nostri bisogni più facilmente non sarebbe utile almeno tentare?

Entrare in connessione con l’altro, capire i suoi bisogni, forse non aiuterà ad amare il proprio peggior nemico, ma può renderlo più umano ai nostri occhi…forse!

Non ci resta che provare!
Io ho già iniziato, e voi?

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Emozioni e riflessioni…in quarantena

Mi annoio.
A volte sono molto arrabbiata.
L’ansia mi sorprende all’improvviso.

Sono una psicologa ma, bando ai luoghi comuni, provo ciò che proviamo tutti.
L’unica differenza tra uno psicologo e un “non addetto ai lavori” è che ha qualche informazione in più per poter gestire diversamente questi momenti difficili; è come se avessimo una cassetta degli attrezzi e, di volta in volta, proviamo ad utilizzare le giuste tecniche per poter portare pace dove le emozioni, di tanto in tanto (e sempre per un motivo) portano un po’ di scompiglio per attirare la nostra attenzione.  

Allora condivido con voi alcune riflessioni che non hanno la presunzione di risolvere problemi specifici partendo da considerazioni generali, ma possono aiutare a cambiare prospettiva e, a volte, cambiando prospettiva si possono notare vie d’uscita che prima proprio non riuscivamo a vedere!

Rabbia, discussioni, ansia, noia…è tutto così impossibile da sopportare? C’è una prospettiva diversa che può rassicurarci e permetterci di affrontarli in modo più funzionale?
Riflettiamoci insieme!

  1. Rabbia
    Siamo tutti un po’ tesi, le risposte antipatiche sono più immediate, la rabbia può prendere il sopravvento e diventa più difficile trovare la calma, diventa difficile gestirla, magari le modalità in cui eravamo soliti sfogare le nostre frustrazioni ora non sono accessibili (pensiamo a chi andava in palestra o aveva bisogno di un caffè con l’amica fidata), quindi ora siamo costretti a reinventarci e non è affatto semplice.
    Rabbia sotto una nuova prospettiva: cosa si cela dietro questa emozione?
    La rabbia è il frutto di un bisogno insoddisfatto, tante volte prende così tanto il sopravvento che fatichiamo a vederlo e tutto è più complicato e difficile, ma se noi provassimo a concentrarci durante un momento di rabbia, potremmo individuare il bisogno che non stiamo riuscendo a soddisfare.
    Direte: tutto qui? 
    In realtà è un passo importante!
    Prima di tutto vi aiuta ad evitare di sfogare la rabbia contro situazioni o persone che in realtà sono solo la punta dell’iceberg, secondo vi permette di entrare in contatto con i vostri bisogni e di cercare, se possibile, sostituzioni momentanee in un periodo in cui, purtroppo, non è possibile raggiungere tutti gli obiettivi che vorremmo, terzo, in alcuni casi è possibile rendersi conto che un bisogno insoddisfatto non è sempre condannato a restare tale, ma potrebbe essere anche solo rimandato!

2. Noia

La noia sa essere veramente terribile, il poeta decadentista Baudelaire la descriveva poeticamente come “grigio frutto dell’incuriosità”, un modo veramente efficace, a mio parere, perché permette di vedere quella componente di apatia che ci prende e ci trascina in un momento che, battendo le leggi del tempo, si allunga immensamente facendo trascorrere una singola ora in circa 60 lunghissimi ed infiniti minuti.
Cambiamo prospettiva: e se la noia fosse invece una pausa di inattività in cui motivarci all’azione? Viviamola come un momento di passaggio, sfruttiamola per investigare la nostra creatività! Usiamo i momenti di noia per stufarci così tanto di stare senza far niente da trovare la giusta motivazione per attivarci il doppio dopo, immaginando nuovi modi per passare il tempo e così, il “grigio frutto dell’incuriosità” potrà trasformarsi in una riscoperta di noi stessi, dei nostri hobby, dei modi in cui possiamo sperimentarci.
Io ho iniziato a disegnare in questi giorni, in modo assolutamente pessimo e privo di qualsiasi talento, ma mi sono riscoperta a sperimentare un’attività che non provavo, probabilmente, dalle scuole medie… e mi sono persino divertita

3. Discussioni

Avete mai visto la serie How I met your mother? Lily e Marshall, marito e moglie, sono soliti durante le loro discussioni ricorrere al momento della “pausa”, un’isola felice in cui non si discute. Nella vita reale sarebbe difficile gestire una pausa con la stessa disinvoltura dei due personaggi della serie, le emozioni non possono essere accese e spente a comando, ma siamo comunque abituati ad avere delle piccole pause create da necessità impellenti: lavoro, scuola, studio, appuntamenti vari, corsi, allenamenti…
Una discussione può durare anche più giorni, ma nel mezzo c’è la Vita, che interviene permettendo alla nostra mente di svagarsi, di avere altri spunti di riflessione, di uscire con un’amica per sfogarsi, ma anche semplicemente per andare in palestra e non parlare di nulla. 
Adesso siamo chiusi in casa, la spesa si può fare una volta a settimana e comporta comunque una certa dose di pazienza per la fila, le mascherine che non fanno respirare, i guanti di plastica che si rompono di continuo (restano impigliati sono a me nella zip della borsa?!)…insomma, uscire non ci porta distrazioni utili o divertenti!
Il risultato è che le discussioni possono diventare più pesanti, la tensione in casa si percepisce sempre di più e fare pace diventa più complicato.
Discutiamo in modo sano: contestualizziamo la lite e impariamo non scagliarci contro la persona con cui stiamo discutendo dandogli delle etichette, ad esempio, se vi arrabbiate con Mario perché Mario è stato maleducato, è utile riflettere sul fatto che Mario non è una persona maleducata, ma si è comportato in modo maleducato in quel momento.
Accettazione e comprensione possono essere parole chiave in questa fase potenzialmente delicata per i rapporti interpersonali: come è importante accettare la propria rabbia, è importante riconoscere e accettare anche all’altro il diritto di provare rabbia; come possiamo contattare i nostri bisogni insoddisfatti alla base della nostra rabbia, è importante sforzarsi di comprendere anche i bisogni insoddisfatti dell’altro
E se invece di urlarci l’uno contro l’altro provassimo a parlare dei nostri bisogni?
Ma questo è un argomento molto vasto ed interessante che approfondiremo in un altro articolo

4. Ansia

Già in passato mi è capitato di esaltare le note positive legate all’ansia, soprattutto in questo periodo è un meccanismo che ci spinge a mettere in atto accortezze finalizzate all’evitamento del contagio, quindi di base si può dire che gioca a nostro favore.
A volte, però, lei prende e diventa iperattiva, quindi dal semplice campanello di allarme che ci ricorda di lavare le mani in modo minuzioso dopo aver fatto la spesa, inizia lavorare incessantemente inserendo nella nostra mente pensieri orribili di persone a noi care contagiate, impossibilità di rivedere amici e parenti, terrore di stare male.
Ora, cara Ansia, ok che ci vuoi aiutare, ma forse potresti evitare gli straordinari.
Se siamo attanagliati da pensieri orrendi, come possiamo fare per liberarci?
Cambiamo prospettiva: non pensiamo più, agiamo.
L’unica cosa che batte il pensiero è l’azione.
Provate ad impedirvi di pensare a qualcosa, ad esempio, provate ad impedirvi di pensare ad un gatto: prima di tutto dovreste selezionare con la vostra attenzione l’oggetto a cui non pensare (il gatto), e poi dovreste “pensare di non pensarci”… un po’ complicato non vi pare?! 
Quando vi assalgono pensieri spaventosi, agite
Fate qualcosa di pratico (ginnastica, cucina, disegno, scrittura, suonare…) vi aiuterà a spegnere il pensiero e attivare altre vie della vostra mente che avranno come obiettivo quello di ricordarvi come procedere per realizzare l’attività scelta. A questo proposito, preferite attività poco meccaniche, perché quelle eccessivamente abituali agiscono attraverso la memoria procedurale e la vostra mente sarebbe comunque libera di vagare per pensieri tristi.

Questi sono piccoli spunti, nulla di particolarmente illuminante, ma potrebbero aiutare a pensare (o a non pensare!) in maniera diversa e ad accorgerci che, forse, se cambiamo modo di rispondere alle nostre emozioni, allora anche le emozioni potrebbero cambiare il modo di comunicare con noi!

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