Quando spiego cose pratiche.

Nell’ultimo articolo ho parlato dell’importanza di essere resilienti ed integrare le brutte esperienze nella nostra vita.

Ok, ma che vuol dire?

Come dico sempre, la psicologia è praticità, oltre che una serie infinita di parole complicate che sembrano quasi supercazzole (ma non solo sono…quasi mai!).

Vediamo qualche esempio.

  1. Parlare.
    E’ utile parlare delle brutte esperienze che abbiamo vissuto durante la pandemia, ma non parlarne a vanvera: è importante parlarne ricollegando gli eventi a ciò che abbiamo provato in modo esplicito e razionale, senza dare per scontato nulla.
    La nostra mente vive tutto a 360°, non date per scontato che lei non sconta nulla, paga e fa pagare tutto.
  2. Scrivere.
    Prendersi del tempo specifico per scrivere, sempre esplicitando i pensieri, le emozioni, i comportamenti, mettendo ordine al caos che c’è nella nostra testa.
    Suggerisco 15 minuti al giorno per almeno 3-4 giorni, se poi vorreste esagerare e farla diventare un’abitudine quotidiana non sarò certo io a fermarvi (né nessun altro al mondo).
  3. Chiedere aiuto.
    Per le situazioni più delicate, per le persone che durante la pandemia hanno subito traumi importanti (sono stati in contatto con la morte o con il rischio di morte) ciò che è suggerito è un supporto psicologico. Ci sono tecniche specifiche per l’intervento, come ad esempio l’ EMDR, possono aiutare veramente tanto.

Integrare un’esperienza brutta vuol dire far sì che sia ben collegata nella nostra mente con tutti i nostri ricordi, con le nostre emozioni e con i nostri comportamenti.
Vuol dire non lasciarla da sola, scollegata da tutto il resto: toglierle il potere di attivare le emozioni e il corpo ogni volta che si ripresenta una situazione che richiama in noi quella sofferenza.

Siamo tutto: siamo la gioia del ritorno, ma anche la solitudine del lockdown.

A volte è proprio riunire gli estremi che ci portiamo dentro la grande difficoltà, ma si può fare, la giusta sintesi già c’è: sei tu.

Quando si ricomincia.

“Ma mo’ che finisce tutto ma che se inventamo quando se guarderemo allo specchio e staremo ancora allo sbando, isolati e non gli potremmo manco più accolla sti cocci al coronavirus?”

Zerocalcare

A quanto pare stiamo procedendo verso le riaperture, ma diversamente da quanto immaginassimo, non sta andando tutto per il meglio: le richieste di intervento psicologico sono elevate, testimoniando le difficoltà che molte persone stanno affrontando.

Non ci sono solo “i sopravvissuti”, o i parenti di ha vissuto la terribile e traumatica esperienza della terapia intensiva.
Né i parenti di chi purtroppo non ce l’ha fatta.

Il covid ha portato con sé una serie innumerevole di vittime collaterali.

Molti dei nostri bisogni sono stati limitati o annullati per troppo tempo: bisogni di esplorazione, di appartenenza, di accudire e di essere accuditi, bisogni sessuali, di autorganizzazione, ecc.

Tutto questo è stato sostituito dalla paura: ci siamo ritrovati faccia a faccia con l’impotenza e la fragilità umane, noi, che grazie al progresso scientifico (o forse “a causa di”) viviamo da anni nell’illusione del “volere è potere” sempre e comunque.

Quali strascichi ha lasciato tutto questo?

Relazioni da ricostruire, abitudini da recuperare, bisogni da soddisfare.

Tornare a vivere vuol dire ritrovarsi all’improvviso davanti ad una serie di responsabilità, speranze e delusioni che avevamo lasciato chiuse fuori dalla porta di casa, insieme al covid.

Ora tutto deve essere affrontato con forza, ma noi siamo fiaccati da mesi e mesi di lotta: dopo aver trattenuto il fiato ed esser stati in apnea per più di un anno, adesso possiamo finalmente respirare, ma come accade per i neonati al primo vagito, quell’aria inspirata così avidamente, nei polmoni brucia.

E allora che si fa?

Dovremmo coltivare la nostra resilienza, la capacità di trarre il buono dalle situazioni dolorose per potergli dare un senso, integrarle nell’insieme delle nostre esperienze ed evolvere, diventando altro.

“Non esiste limone troppo aspro da non potervi fare qualcosa di vagamente simile ad una limonata”

This is us

Cominciamo a spremere i limoni, poi si vedrà.

Buona limonata a tutti!

Quando l’intelligenza è emotiva

“Ho fatto un patto, sai
con le mie emozioni,
le lascio vivere e loro non mi fanno fuori”

Manifesto futurista della nuova umanità, Vasco Rossi

Caro buon Vasco, suvvia, le emozioni non vogliono farti fuori, loro ti vogliono bene!

La scorsa volta ho parlato delle emozioni (se non hai letto il post, clicca qui), oggi vediamo come usarle.

Alcuni orientamenti psicologici pensavano che fossero distrattori della razionalità, Sheldon Cooper sarebbe d’accordissimo con questa vecchia tendenza (se non hai mai visto The Big Bang Theory corri a recuperare!).

Insomma, si pensava che la razionalità ci rendesse capaci di tante cose, ma l’emozione rovinasse tutto.

Poi un giorno, ci si è interrogati su cosa realmente facessero e a quel punto si è capito che forse potevano essere utili nella vita!

Nasce così l’intelligenza emotiva, ovvero un costrutto secondo il quale riconoscere e gestire le emozioni fa campare cent’anni.

Difatti, se è vero che il loro è uno scopo nobile (la nostra sopravvivenza), c’è da dire che quando sono disregolate possono creare veri e propri danni (no, non parlo della macchina che ti ha rigato l’ex in preda alla gelosia, mi riferisco più a gastriti, colon irritabile e qualsiasi altra patologia legata anche allo stress malgestito).

In tal senso quello che possiamo fare è lavorare sulla nostra intelligenza emotiva, sviluppandola o potenziandola.
Noi psicologici facciamo una cosa interessantissima che si chiama alfabetizzazione emotiva, ovvero lavoriamo sul riconoscimento di ogni emozione considerando tre aspetti fondamentali:

percezionecomprensionegestione.

Photo by Alysha Rosly on Unsplash

Percezione.
La parte corporea delle emozione, che può essere simile in alcune: posso avere il cuore a mille sia per la gioia che per la paura, posso avere un blocco allo stomaco sia per la paura e per la tristezza
C’è anche da dire che può essere soggettiva: c’è chi con l’ansia ha mal di stomaco, chi mal di pancia, chi ha mal di testa.

Comprensione.
Si passa dal corpo alla mente.
Ho mal di stomaco: appurato che non è legato alla peperonata di ieri sera, cosa sta succedendo in questo preciso momento nella mia vita? Che pensieri ho fatto o sto facendo in questa giornata che potrebbero aver scatenato il mal di stomaco?
Sono arrabbiato/agitato/spaventato per quale motivo?

Gestione.
Ogni emozione può essere gestita in modo diverso e c’è da dire anche che più persone possono usare differenti tecniche per gestire la stessa: c’è chi si trova bene con le tecniche di rilassamento, chi usa risorse più fisiche ad esempio la ginnastica, c’è chi ha bisogno di contattare un amico e parlare del problema o di altro, c’è chi scrive, ecc. ecc.

Il punto è che ci sono sempre risorse che si possono usare: bisogna sperimentare e trovare le proprie.

Insomma, se non vuoi che queste benedette emozioni rendano la tua vita un incubo, puoi decidere di imparare a ri-conoscerle e maneggiarle con cura, e non lasciarle semplicemente “vivere” (alla Vasco, per intenderci).

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Quando Pensiero scatena Emozione

Il vostro corpo non è altro che il vostro pensiero, una forma del vostro pensiero, visibile, concreta.
Spezzate le catene che imprigionano il pensiero, e anche il vostro corpo sarà libero

Richard Bach

I pensieri sono un’arma potentissima: sia per quanto riguarda l’aiuto che possono dare, sia per quanto riguarda i disturbi che possono creare.

I pensieri che generi su te stesso e sul mondo che ti circonda influenzano il tuo modo di relazionarti, comportarti, prendere decisioni, in una parola: vivere.

Photo by Juan Rumimpunu on Unsplash

Pensa di essere follemente innamorato di una persona e di autoconvincerti che quella persona ti tradisca: tutto quello che farà verrà letto in questa cornice.

Non risponde al telefono? Sta con l’amante.
Risponde subito al telefono? Sta messaggiando con l’amante.
Si veste in modo più curato del solito? Esce con l’amante
…e così via.

Le azioni che abbiamo appena visto potrebbero essere interpretate in mille modi diversi (non risponde al telefono perché: ha il silenzioso, è in bagno, sta facendo la doccia, sta facendo la spesa, sta dormendo, ecc.), ma il tuo pensiero iniziale decide di favorire un’interpretazione piuttosto che per un’altra.

Tutto ciò influenza le tue emozioni.
Se pensi di essere tradito, il fatto che la persona che ami non risponda al telefono può far scattare rabbia, gelosia, angoscia.
Se pensi che la persona stia a casa e dai altre motivazioni a quella mancata risposta, allora le emozioni che proverai saranno diverse.

Photo by Deniz Altindas on Unsplash

Come puoi gestire i tuoi pensieri in modo che non diventino un pericolo per le tue emozioni?

1. Accetta di non essere onnisciente.
Mettere in dubbio le tue interpretazioni è già un passo avanti rispetto al convincersi di avere in tasca tutte le risposte

2. Accetta l’imprevisto.
Non puoi prevedere nulla di certo, puoi solo immaginare ciò che avverrà seguendo catene logiche di pensieri, accettando però un tuo margine di errore

3. Comunica e non interpretare.
Le interpretazioni non vanno più di moda neanche tra gli psicologi: chiedi, parla, comunica i tuoi sentimenti se vuoi scoprire quelli degli altri.

Quando le emozioni ci parlano

Tutto in te è smisurato,
e una sola emozione nel tuo cuore
fa il chiasso di mille bambini.

Fabrizio Caramagna

No, contrariamente a quanto si possa pensare, le emozioni non servono per scrivere canzoni e poesie (anche se la trovo una modalità meravigliosa di servirsene): il loro scopo è la tua sopravvivenza.

Il disgusto, ad esempio, nasce con lo scopo di tenerti lontano dai cibi pericolosi (pensa all’affettato andato a male che hai dimenticato in frigo…e ringrazia Disgusto se solo a guardarlo ti viene il volta stomaco); la rabbia ti permette di farti valere, difenderti e di affermare i tuoi bisogni per permetterti di essere appagato; la paura ti tiene al sicuro da possibili pericoli.

Le emozioni sono un campanello di allarme che ti permette di analizzare la realtà intorno a te; c’è però da dire che non sono del tutto oggettive.

Se parlo di cibo avariato sei sicuramente d’accordo sul fatto che non lo vorresti a contatto con le tue papille gustative, ma se parlassi di broccoli, le nostre emozioni potrebbero essere diverse perché in parte sono mediate dai pensieri e dalle esperienze di ciascuno di noi (a proposito, ho scritto un post su instagram sulla psicologia dai broccoli, lo trovi qui).

Questo è ancora più evidente se pensiamo alla paura: se sentiamo una scossa di terremoto, ad esempio, tutti abbiamo paura (quantomeno siamo in allerta), ma questo non vale davanti ad un cane, eppure c’è chi lo teme.

Photo by Tengyart on Unsplash

Per raggiungere la sopravvivenza, le emozioni si impegnano anche a regolare le relazioni con gli altri: le espressioni facciali legate ad un’emozione ci aiutano a comunicarla alle persone vicino a noi, ad esempio, il viso spaventato è utile per avvertire gli altri di un pericolo che abbiamo individuato.

Ora, cosa fondamentale che tutti dovrebbero/vorrebbero sapere: le emozioni si possono gestire.
Da qui nasce l’intelligenza emotiva (ma di questo parleremo la prossima volta!).

Insomma: non devi lasciar vivere le emozioni in modo anarchico, ma fermarti a comprendere perché provi quella specifica emozione, qual è il pensiero ad essa legato, quale il messaggio che ti invia, quale l’obiettivo che vuole raggiungere.

Ultima informazione (non meno importante delle altre però): le emozioni sono strettamente legate ai pensieri.
“Strettamente” è un eufemismo, diciamo pure che emozioni e pensieri vanno a braccetto, sono migliori amici, di quelli che si influenzano su ogni cosa.
Hai presente le coppie con profilo social in comune? Ecco, Miss Emozione e Mr Pensiero ne aprirebbero uno tutto loro con annessi cuoricini sulla foto profilo!

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Quando il passato ti dice quanto amore “meriti”

Questo post è il sequel di un altro, quindi se non hai letto il primo clicca qui.

“M’ama o non m’ama?”: smettete di strappare petali a fiorellini innocenti.

Nell’infanzia, in relazione al rapporto con fda (che vi ricordo essere “figura di attaccamento”), strutturiamo un’immagine di noi stessi: sono amabile? Non lo sono?

Ecco, da qui si inizia a generare il modo in cui viviamo le relazioni con gli altri.

Solitamente un bimbo evitante tende ad essere una persona poco bisognosa di smancerie, non è molto propensa a parlare di sé.
E’ pratica, molto indipendente, abituata a pensare a se stessa sin dalla più tenera età. Molto “cognitiva”, mette da parte le emozioni, cerca di soffocarle (ma ciò non vuol dire che non le provi).
Si può fidare del mondo intorno a sé? Meglio non perdere tempo e fare da sé.

Un bimbo ambivalente è spesso un adulto molto emotivo, difficile da rassicurare, si preoccupa molto, è parecchio insicuro, arrabbiato, ansioso.
Si può fidare del mondo intorno a sé? Sì, forse, non lo sa. Nel dubbio si lamenta!

Una persona sicura (perla rara a dire il vero), sa che è degna di amore, vive le emozioni, ma non si lascia trascinare nel baratro, riesce più facilmente a gestire le sue e a comprendere quelle degli altri.
Si può fidare del mondo intorno a sé? Sì, ma non per questo è ingenuo o sprovveduto.

Chi ha un attaccamento disorganizzato, invece, ha difficoltà nei momenti in cui si attiva il sistema di attaccamento: di base non sa come gestirlo e questo complica un pochino le relazioni interpersonali.

Photo by Nareeta Martin on Unsplash

Attenzione!
Il blog è nato con l’intento di trasmettere sapienza psicologica in modo semplice, fruibile, se ci si riesce pure divertente, ma non cadere nell’errore di pensare che sia tutto così intuitivo!

Nello specifico, per individuare l’attaccamento c’è un test infinito che deve essere analizzato in modo quasi maniacale. Quelle che ti ho dato sono informazioni sul funzionamento generale, ma una persona potrebbe sembrare sicura, ed essere tutt’altro!

Fondamentalmente, non è vitale conoscere il proprio attaccamento, serve perlopiù al professionista per impostare il suo lavoro.
La cosa interessante è sapere che il famoso collegamento passato-presente con cui noi psicologi rompiamo spesso le scatole, trae una spiegazione scientifica e dimostrabile in questa teoria (che personalmente amo, non so se si è capito!).

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Quando l’amore ti dice chi sei

(Teoria dell’Attaccamento, John Bowlby)

I neonati sono molto più svegli di quanto si possa pensare: sanno già che il loro obiettivo è la sopravvivenza, quindi strillano se hanno fame e strillano ancora più forte se pensano di stare da soli.

Nei primi mesi di vita, si “attaccano” (letteralmente e figurativamente) alla persona con cui passano più tempo, questa prende il nome di “figura di attaccamento” (che in seguito indicherò con “fda”, perché gli acronimi sono di tendenza) o “caregiver“.
Solitamente l’fda è la mamma, ma non necessariamente.

Questo rapporto diventa fondamentale per far capire al bambino quanto possa far affidamento sulle persone intorno a lui:

  1. Bimbo sicuro. Se io piango fda corre da me: “Mamma mia quanto sono importante e quanto sono al sicuro! Devo essere proprio tanto amato!”
  2. Bimbo evitante. Se io piango fda non mi si fila: “mi sa’ che devo cavarmela da solo. Allora, come si apriva ‘sto pannolino?!”
  3. Bimbo ambivalente. Se io piango fda a volte viene e a volte no: “non ho ben capito questa che intenzioni ha, nel dubbio piango più forte”.

    C’è anche un quarto stile di attaccamento, che però a differenza degli altri, non è ben strutturato, difatti si definisce disorganizzato.
    E’ legato a situazioni critiche, lutti non elaborati, depressione, situazioni molto delicate e complesse e per questo non lo tratteremo in questa sede.

Ora, una precisazione fondamentale affinché le mamme (i papà, i nonni o gli zii) leggendo questo post non inizino a farsi elucubrazioni mentali temendo di aver traumatizzato i loro bimbi:

non basta arrabbiarsi una volta, non correre da lui dieci volte o aspettare di asciugare l’ultimo piatto per prenderlo in braccio affinché il bambino ci etichetti in un modo o nell’altro: l’attaccamento si struttura nel primo anno di vita, quindi è la tendenza generale la cosa importante, non che tu impazzisca a scapicollarti sempre da lui!

Photo by Kelly Sikkema on Unsplash

Al di là di tutto ciò, l’fda è sempre l’fda (aggiornando un sempreverde “la mamma è sempre la mamma”), quindi, qualsiasi cosa si faccia con il proprio figlio, si fa perché si pensa al suo bene, dunque:

– mamme (o fda) di tutto il web, non siete stat* cattiv*, avete amato tantissimo nel modo che consideravate il più giusto;

– figli di tutto il web, siete degni di amore sempre e comunque.

Ma tutte queste cose, che c’entrano con il presente di ciascuno di noi?

Iniziate a rifletterci, nel prossimo post faremo un bel salto temporale: passeremo dall’era dei pannolini a quella delle relazioni adulte!

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Tra rigidità e flessibilità

“La follia non è essere a pezzi o custodire un oscuro segreto.La follia siamo voi o io, amplificati.”

Questa breve perla è tratta dal film “Le ragazze interrotte” diretto nel 1999 da James Mangold e tratto liberamente dal romanzo “La ragazza interrotta” in cui Susanna Kaysen racconta la sua personale esperienza in una clinica psichiatrica negli anni sessanta.

Nel film Lisa (Angelina Jolie) sostiene che l’unico modo per uscire dalla clinica sia confessare segreti, molti segreti: solo così gli psicoterapeuti si convincerebbero dell’avvenuta guarigione.

La protagonista Susanne (Winona Ryder), esprime però qualche perplessità rispetto a questa convinzione:

ma se io non avessi un segreto?

Alla fine, Susanne giunge ad una conclusione diversa rispetto a quella della sua amica Lisa:

La follia siamo io o voi, amplificati.

Questo è il modo più interessante e utile di guardare a qualsiasi tipo di difficoltà psicologica; può sembrare semplicistico, ma aiuta enormemente a mettersi nei panni dell’altro e a cercare di capirlo.

Proviamo a fare qualche esempio:

a chi non è mai capitato di essere preoccupato per un colloquio di lavoro, un esame o un’interrogazione? Chi non si è mai svegliato provando una sensazione di tristezza e stanchezza, il desiderio di restare a letto e non fare nulla perché nulla sembra attraente o stimolante?

Ecco, già attraverso questi due esempi possiamo entrare in contatto con due diverse problematiche. Immaginando queste sensazioni amplificate avrete idea di come può sentirsi chi soffre di ansia e chi di depressione.

Può sembrare più semplice riuscire a mettersi nei panni di chi soffre di ansia e depressione tenendo conto che sono considerate il male del secolo, ma in realtà non è molto complicato fare lo stesso esperimento con problematiche più complesse!

E allora, se sembra così comune qualsiasi tipo di pensiero (dal più semplice al più complesso) come mai per alcune persone diventa invalidante e per altre no?

Perché per alcune persone quella modalità di pensiero diventa rigida.
Le persone che hanno difficoltà relazionali o emotive sono molto spesso caratterizzate da un pensiero più rigido che tende a riproporre sempre le stesse dinamiche, come in un circolo vizioso; chi invece ha un pensiero più flessibile riesce a proporre diverse modalità di azione non cronicizzandosi su dinamiche disfunzionali.

Le difficoltà psicologiche e relazionali, dunque, sono comprensibili alla luce di due elementi fondamentali: amplificazione e rigidità.


Uno degli obiettivi più importanti dell’intervento psicologico è aumentare la flessibilità cognitiva.

Permettendo alla persona di individuare più strade, più pensieri funzionali, quello disfunzionale può perdere la sua supremazia e permettere la sperimentazione di nuove vie!

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Le sfide psicologiche del Covid: la fiducia e l’affetto

Sta tornando un’ombra che molti di noi speravano di aver abbandonato lungo il cammino dell’estate; ora nuove leggi iniziano ad entrare con prepotenza nelle nostre abitudini chiedendo cose che sembrano impossibili, ovvero stare in allerta con i propri familiari e con gli amici più stretti.


Questo è il punto cruciale e il nodo che più difficilmente riusciamo a sciogliere, perché alla base dovrebbe esserci l’accettazione del fatto che un parente o un amico fidato siano per noi pericolosi.


Il concetto stesso di fiducia viene messo in dubbio, ed è qualcosa che nessuno di noi vorrebbe mai fare: possibile che io non possa fidarmi di mia madre, di mio fratello, del mio migliore amico?

Photo by Gemma Chua-Tran on Unsplash


“Non ti fidi di me?”

Una domanda semplice, banale, che mette in soggezione di questi periodi e porta a fare errori che possono risultare realmente rischiosi.

Sì, ci fidiamo delle persone che amiamo, ma potrebbero lo stesso essere pericolose: questa ambivalenza proprio non ci va giù.

Non posso fidarmi di te e pensare contemporaneamente che tu possa essere pericoloso per me.

E’ più facile, cognitivamente più economico, rifugiarsi nell’illusione che tu non abbia nulla, così posso continuare a fidarmi e a non vederti come un pericolo.
E così il famoso aumento dei contagi in famiglia.

Semplice stare lontani dal commesso del negozio, rispettare le distanze in una lunga fila; siamo abituati a diffidare dello sconosciuto e se ci viene chiesto di diffidare ad 1 metro di distanza anziché a 50 cm, non lo percepiamo come un grande sacrificio.
Del tutto diversa è la situazione in casa propria.

Resta però il problema del contagio.

Ricapitolando:

mi fido di te, ma sei potenzialmente pericoloso per me: devo tenere a mente entrambe le cose per poter continuare la relazione con te ma per potermi anche proteggere da te.

Photo by Yeshi Kangrang on Unsplash

Come uscire da questo impasse


La chiave volta è forse banalmente l’accettazione della mancata conoscenza rispetto al nostro stesso stato di salute.

 Il problema non è la presenza o l’assenza di fiducia nei confronti dell’altro, quanto il fatto che siamo tutti “pericoli ipotetici”.

E’ quindi possibile mantenere intatta la fiducia nei nostri cari e pensare che molto semplicemente quello che è in gioco è il semplice riconoscimento di limiti imposti da qualcosa che va oltre la nostra consapevolezza.

E allora alla domanda “non ti fidi di me?” si può dare una risposta più funzionale, meno difficile da accettare:


“Sì, mi fido di te; ma, allo stesso tempo, so di non sapere come sto.”

E’ proprio il fatto che non so se posso farti del male o meno che mi tiene lontano da te e dovrebbe tenere te lontano da me.

Questo è il nuovo tipo di fiducia che dobbiamo riporre negli altri e far sì che loro ripongano in noi:

fidati del fatto che io starò attenta perché ti voglio bene e non voglio correre il rischio di essere pericolosa per te.

Photo by Shoeib Abolhassani on Unsplash

Ma il covid non si ferma qui, non gli basta mettere in dubbio la nostra idea di fiducia, va oltre e si insinua subdolamente nei gesti di tutti i giorni, in ciò che noi facciamo e non facciamo per dimostrare il nostro affetto.


Noi ci abbracciamo e ci baciamo: siamo abituati sin dalla nascita al contatto fisico, a dimostrare simpatia o antipatia dando un bacetto allo zio di turno o girando alla larga quando ne adocchiamo da lontano uno un po’ troppo manesco nella sua dimostrazione di affetto.
Ora non solo dobbiamo combattere con l’idea che le persone di cui ci fidiamo possano essere pericolose, ma dobbiamo accettare anche la distanza: non possiamo toccarci.


Quel bacio che viene negato, quell’abbraccio che resta vuoto e sterile limitandosi ad un segno sul petto, sono il simbolo di questo difficilissimo periodo.

Eppure, mai come ora, la distanza è il metro dell’affetto più sincero.

“Ho una voglia matta di stringerti a me, ma è un mio bisogno egoistico che potrebbe crearti problemi, quindi resto qui, non mi avvicino, e ti dimostro come non mai quanto tu sia importante per me”.

E’ una sfida tra abitudini che viviamo sulla pelle da secoli e una novità fredda, glaciale, che ci costringe ad una affettività scarsa e ristretta al minimo: una forma mentis che dobbiamo assumere per poterci amare e proteggere gli uni con gli altri.
L’unico modo che abbiamo oggi per dimostrare alle persone che amiamo quanto le amiamo veramente.

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Ci video-vediamo?

Psicologia e incontri online: una necessità in tempo di emergenza o una nuova possibilità?

Personalmente ero molto contraria alle terapie online, immaginavo si perdesse gran parte della relazione umana, il calore di un incontro vis-à-vis, un luogo sicuro in cui poter parlare sentendosi protetti.

Poi è arrivata la pandemia, il lockdown, e la necessità mi ha costretta a vivere questa nuova esperienza: fare colloqui tramite Skype.

Ero così contrariata inizialmente da aver deciso di non iniziare nuovi colloqui; poi è arrivata l’emergenza, quella persona che ha proprio bisogno, che fare? Non usi ogni strumento a disposizione?

Così ho abbattuto i miei pregiudizi nell’unico modo possibile: l’esperienza.

Ho iniziato con scetticismo e ho scoperto un mondo nuovo.

, perché come dice una mia cara insegnante “il setting è nella nostra mente”; non è quel tavolo, quella sedia, quella poltrona a creare conforto, ma la relazione che si instaura tra psicologo e paziente, tra persone.

Così le persone hanno trovato il loro posto sicuro nella loro casa, hanno creato un luogo confortevole di cui poter usufruire un’ora a settimana per poter lavorare insieme tramite il computer.

Ho sperimentato me stessa e l’altro in un modo nuovo e sorprendentemente efficace; una scoperta per me, perché in realtà molti psicologi usano questa modalità da anni

Photo by Jealous Weekends on Unsplash

Questo breve articolo è, più in generale, per dire che le rigidità e i pregiudizi si abbattono solo con l’esperienza; più in particolare per dire che da oggi lavoro ufficialmente anche su Skype!

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Tra Rabbia e Bisogno

A chi non è mai capitato di provare una rabbia esplosiva?

Quella che aumenta sempre di più e impedisce di pensare a qualsiasi altra cosa, quella che continua a riprodurrementalmente il momento del torto subito e a far immaginare mille scenari in cui la risposta perfetta spiazzaimprovvisamente il nemico e fa sentire supereroi!

Eppure, quella risposta pronta non compare quasi mai, viene spesso pensata dopo, a mente fredda, quando la persona non è più davanti a noi.
Così la frustrazione aumenta non più contro chi l’ha procurata, ma anche contro se stessi, perché non si è riusciti a difendersi bene mettendo k.o. il nemico.

Ma a cosa serve la rabbia? Perché nasce e come possiamo fare per gestirla al meglio?

Lo psicologo americano Marshall B. Rosenberg in Le parole sono finestre (oppure muri) ci spiega che:

La rabbia è un campanello di allarme, ci avverte che un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Se si prova a riflettere su un qualsiasi momento in cui è stata provata rabbia, è possibile rendersi conto che alla base di quel malcontento c’era una necessità inespressa, poco comprensibile anche al diretto interessato a volte.

Noi non siamo arrabbiati perché qualcuno ha fatto qualcosa, noi siamo arrabbiati perché un nostro bisogno non è stato soddisfatto.

Proviamo a fare un esempio pratico.
Immaginiamo un uomo che torna stanco da lavoro, butta la giacca in modo disordinato sulla poltrona, si siede sul divano e sospira rumorosamente.
La moglie vede la scena, si arrabbia e inizia a rimproverare il marito perché la giacca deve essere messa sull’appendiabiti, lei ha messo in ordine tutta la casa e non è giusto che lui appena arrivato metta le sue cose fuori posto; il marito, allora, si arrabbia a sua volta, perché è appena tornato da lavoro, pensa che non sia fondamentale che la giacca venga messa subito sull’appendiabiti e che non sia giusto che la moglie lo rimproveri così.

Proviamo a riflettere sui bisogni dei due personaggi dell’esempio: il marito è stanco, ha bisogno di riposo, dopo una giornata di lavoro è finalmente tornato a casa e può concedersi un attimo di respiro; la moglie anche è stanca, ha lavorato anche lei e ha messo in ordine la loro casa.
Nessuno dei due riflette sulle necessità dell’altro, né tantomeno sulle proprie: la rabbia prende il sopravvento e la lite è alle porte.

Rosemberg suggerisce allora 4 passi per comunicare in modo non violento, entrare in contatto con se stessi e con l’altroaumentando così le possibilità di comprendersi:

1- osservazioni
2- sentimenti
3- bisogni
4- richieste

Seguendo questo schema, quando la moglie vede il marito sedersi sul divano potrebbe dire:
– Mario, quando torni da lavoro e metti in disordine la tua roba (osservazioni), mi sento triste (sentimenti), perché vorrei che tu prestassi più attenzione alla nostra casa (bisogni). Potresti mettere la giacca sull’appendiabiti? (richieste)

Il marito, di rimando, potrebbe dire:
– Giulia, quando torno a casa dopo una giornata di lavoro e tu mi rimproveri per aver messo la giacca fuori posto (osservazioni), mi sento ancor più stanco e frustrato (sentimenti), ho bisogno che tu capisca che quando arrivo vorrei finalmente sentirmi libero (bisogni), potresti concedermi qualche istante e pazientare se non metto subito in ordine le mie cose? (richieste)

Cosa è successo di diverso
Il fulcro della discussione è cambiato: non si discute più per la giacca ma ci si confronta sui propri bisogni.

E cosa cambia confrontandosi sui bisogni?
Aumenta l’empatia

Chiunque leggendo la prima conversazione può essersi immedesimato in uno dei due personaggi e può aver pensato che uno avesse più ragione rispetto all’altro, ma dopo aver esplicitato i bisogni di ciascuno dei due, è ancora così facileprendere le parti e decretare chi ha ragione e chi no?
Entrambi hanno ragione. 
Entrambi sono mossi da bisogni personali ed entrare in contatto con quei bisogni permette di comprendersi a vicenda.

L’esempio che è stato fatto è abbastanza comune, ma Rosenberg sostiene che questo metodo può essere utile ed efficace in qualsiasi caso!

Certo, c’è da ammettere che non è affatto facile in un momento di rabbia riuscire a ragionare sui propri bisogni e comunicarli in modo chiaro e calmo all’altro, ma se riuscire in questo ci aiutasse a raggiungere i nostri bisogni più facilmente non sarebbe utile almeno tentare?

Entrare in connessione con l’altro, capire i suoi bisogni, forse non aiuterà ad amare il proprio peggior nemico, ma può renderlo più umano ai nostri occhi…forse!

Non ci resta che provare!
Io ho già iniziato, e voi?

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Emozioni e riflessioni…in quarantena

Mi annoio.
A volte sono molto arrabbiata.
L’ansia mi sorprende all’improvviso.

Sono una psicologa ma, bando ai luoghi comuni, provo ciò che proviamo tutti.
L’unica differenza tra uno psicologo e un “non addetto ai lavori” è che ha qualche informazione in più per poter gestire diversamente questi momenti difficili; è come se avessimo una cassetta degli attrezzi e, di volta in volta, proviamo ad utilizzare le giuste tecniche per poter portare pace dove le emozioni, di tanto in tanto (e sempre per un motivo) portano un po’ di scompiglio per attirare la nostra attenzione.  

Allora condivido con voi alcune riflessioni che non hanno la presunzione di risolvere problemi specifici partendo da considerazioni generali, ma possono aiutare a cambiare prospettiva e, a volte, cambiando prospettiva si possono notare vie d’uscita che prima proprio non riuscivamo a vedere!

Rabbia, discussioni, ansia, noia…è tutto così impossibile da sopportare? C’è una prospettiva diversa che può rassicurarci e permetterci di affrontarli in modo più funzionale?
Riflettiamoci insieme!

  1. Rabbia
    Siamo tutti un po’ tesi, le risposte antipatiche sono più immediate, la rabbia può prendere il sopravvento e diventa più difficile trovare la calma, diventa difficile gestirla, magari le modalità in cui eravamo soliti sfogare le nostre frustrazioni ora non sono accessibili (pensiamo a chi andava in palestra o aveva bisogno di un caffè con l’amica fidata), quindi ora siamo costretti a reinventarci e non è affatto semplice.
    Rabbia sotto una nuova prospettiva: cosa si cela dietro questa emozione?
    La rabbia è il frutto di un bisogno insoddisfatto, tante volte prende così tanto il sopravvento che fatichiamo a vederlo e tutto è più complicato e difficile, ma se noi provassimo a concentrarci durante un momento di rabbia, potremmo individuare il bisogno che non stiamo riuscendo a soddisfare.
    Direte: tutto qui? 
    In realtà è un passo importante!
    Prima di tutto vi aiuta ad evitare di sfogare la rabbia contro situazioni o persone che in realtà sono solo la punta dell’iceberg, secondo vi permette di entrare in contatto con i vostri bisogni e di cercare, se possibile, sostituzioni momentanee in un periodo in cui, purtroppo, non è possibile raggiungere tutti gli obiettivi che vorremmo, terzo, in alcuni casi è possibile rendersi conto che un bisogno insoddisfatto non è sempre condannato a restare tale, ma potrebbe essere anche solo rimandato!

2. Noia

La noia sa essere veramente terribile, il poeta decadentista Baudelaire la descriveva poeticamente come “grigio frutto dell’incuriosità”, un modo veramente efficace, a mio parere, perché permette di vedere quella componente di apatia che ci prende e ci trascina in un momento che, battendo le leggi del tempo, si allunga immensamente facendo trascorrere una singola ora in circa 60 lunghissimi ed infiniti minuti.
Cambiamo prospettiva: e se la noia fosse invece una pausa di inattività in cui motivarci all’azione? Viviamola come un momento di passaggio, sfruttiamola per investigare la nostra creatività! Usiamo i momenti di noia per stufarci così tanto di stare senza far niente da trovare la giusta motivazione per attivarci il doppio dopo, immaginando nuovi modi per passare il tempo e così, il “grigio frutto dell’incuriosità” potrà trasformarsi in una riscoperta di noi stessi, dei nostri hobby, dei modi in cui possiamo sperimentarci.
Io ho iniziato a disegnare in questi giorni, in modo assolutamente pessimo e privo di qualsiasi talento, ma mi sono riscoperta a sperimentare un’attività che non provavo, probabilmente, dalle scuole medie… e mi sono persino divertita

3. Discussioni

Avete mai visto la serie How I met your mother? Lily e Marshall, marito e moglie, sono soliti durante le loro discussioni ricorrere al momento della “pausa”, un’isola felice in cui non si discute. Nella vita reale sarebbe difficile gestire una pausa con la stessa disinvoltura dei due personaggi della serie, le emozioni non possono essere accese e spente a comando, ma siamo comunque abituati ad avere delle piccole pause create da necessità impellenti: lavoro, scuola, studio, appuntamenti vari, corsi, allenamenti…
Una discussione può durare anche più giorni, ma nel mezzo c’è la Vita, che interviene permettendo alla nostra mente di svagarsi, di avere altri spunti di riflessione, di uscire con un’amica per sfogarsi, ma anche semplicemente per andare in palestra e non parlare di nulla. 
Adesso siamo chiusi in casa, la spesa si può fare una volta a settimana e comporta comunque una certa dose di pazienza per la fila, le mascherine che non fanno respirare, i guanti di plastica che si rompono di continuo (restano impigliati sono a me nella zip della borsa?!)…insomma, uscire non ci porta distrazioni utili o divertenti!
Il risultato è che le discussioni possono diventare più pesanti, la tensione in casa si percepisce sempre di più e fare pace diventa più complicato.
Discutiamo in modo sano: contestualizziamo la lite e impariamo non scagliarci contro la persona con cui stiamo discutendo dandogli delle etichette, ad esempio, se vi arrabbiate con Mario perché Mario è stato maleducato, è utile riflettere sul fatto che Mario non è una persona maleducata, ma si è comportato in modo maleducato in quel momento.
Accettazione e comprensione possono essere parole chiave in questa fase potenzialmente delicata per i rapporti interpersonali: come è importante accettare la propria rabbia, è importante riconoscere e accettare anche all’altro il diritto di provare rabbia; come possiamo contattare i nostri bisogni insoddisfatti alla base della nostra rabbia, è importante sforzarsi di comprendere anche i bisogni insoddisfatti dell’altro
E se invece di urlarci l’uno contro l’altro provassimo a parlare dei nostri bisogni?
Ma questo è un argomento molto vasto ed interessante che approfondiremo in un altro articolo

4. Ansia

Già in passato mi è capitato di esaltare le note positive legate all’ansia, soprattutto in questo periodo è un meccanismo che ci spinge a mettere in atto accortezze finalizzate all’evitamento del contagio, quindi di base si può dire che gioca a nostro favore.
A volte, però, lei prende e diventa iperattiva, quindi dal semplice campanello di allarme che ci ricorda di lavare le mani in modo minuzioso dopo aver fatto la spesa, inizia lavorare incessantemente inserendo nella nostra mente pensieri orribili di persone a noi care contagiate, impossibilità di rivedere amici e parenti, terrore di stare male.
Ora, cara Ansia, ok che ci vuoi aiutare, ma forse potresti evitare gli straordinari.
Se siamo attanagliati da pensieri orrendi, come possiamo fare per liberarci?
Cambiamo prospettiva: non pensiamo più, agiamo.
L’unica cosa che batte il pensiero è l’azione.
Provate ad impedirvi di pensare a qualcosa, ad esempio, provate ad impedirvi di pensare ad un gatto: prima di tutto dovreste selezionare con la vostra attenzione l’oggetto a cui non pensare (il gatto), e poi dovreste “pensare di non pensarci”… un po’ complicato non vi pare?! 
Quando vi assalgono pensieri spaventosi, agite
Fate qualcosa di pratico (ginnastica, cucina, disegno, scrittura, suonare…) vi aiuterà a spegnere il pensiero e attivare altre vie della vostra mente che avranno come obiettivo quello di ricordarvi come procedere per realizzare l’attività scelta. A questo proposito, preferite attività poco meccaniche, perché quelle eccessivamente abituali agiscono attraverso la memoria procedurale e la vostra mente sarebbe comunque libera di vagare per pensieri tristi.

Questi sono piccoli spunti, nulla di particolarmente illuminante, ma potrebbero aiutare a pensare (o a non pensare!) in maniera diversa e ad accorgerci che, forse, se cambiamo modo di rispondere alle nostre emozioni, allora anche le emozioni potrebbero cambiare il modo di comunicare con noi!

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